01 giugno 2012

Concorso Musicale “Città di Airola”, Caiazzo in festa per Antonello e Jessica


Scuola Media Statale “Aulo Attilio Caiatino”
Jessica Bucci e Antonello Mastroianni
CAIAZZO. Caiazzo festeggia i suoi giovanissimi talenti. Hanno incantato pubblico e giuria, mercoledì 30 maggio, Antonello Mastroianni e Jessica Bucci, violino e pianoforte, che in duo, eseguendo il “Leichtes Konzertino” di Adolf Huber, hanno guadagnato il primo premio assoluto con votazione 100/100 nella sezione “Scuole Medie ad Indirizzo Musicale” del IV Concorso Nazionale di Esecuzione Musicale “Città di Airola”, diretto dal M° Anna Izzo e organizzato dall'Associazione Culturale Musicale “Mille Note”, con il patrocinio del Comune di Airola e della Provincia di Benevento e con la collaborazione della Fondazione Angelo Affinita Onlus e dello Studio Michelemmà. Il duo Mastroianni-Bucci ritirerà diploma e premio e si esibirà nuovamente nel corso della serata finale del "Città di Airola", in programma domenica 3 giugno presso il Teatro Comunale della cittadina sannita a partire dalle ore 18. I due allievi non rappresentano l'unica nota positiva dell'esperienza della Scuola Media Statale “Aulo Attilio Caiatino” al “Città di Airola”. In gara ha ben figurato anche l'orchestra di 40 elementi, che ha eseguito con sicurezza e brio i brani “Luna Rossa” di A. Vian, “Funiculì funiculà” di G. Turco e L. Denza e, in omaggio a Whitney Houston, “Didn't We Almost Have It All” di W. Masser e W. Jennings. La performance è stata gratificata da un lusinghiero primo posto, con voto di 98/100, dalla Commissione, composta dal M° Giusy Ambrifi (presidente della prestigiosa associazione “Anna Jervolino” di Caserta e docente al Conservatorio “San Pietro a Majella”), dal M° Luigi Monterossi (già prima tromba del San Carlo di Napoli), dal M° Giovanni Francesca (giovane chitarrista, più volte lodato in ambito internazionale per il disco d'esordio “Genesi”) e da Paco Ruggiero (cantante e compositore, con una lunga collaborazione con Roberto Murolo, Enzo Gragnaniello, Eugenio ed Edoardo Bennato). “Quest'anno siamo alla seconda partecipazione a un Concorso, dopo Maiori, e per noi docenti e per gli studenti si tratta di un grande traguardo”, afferma il coordinatore Fernando Ciaramella, che ha curato gli arrangiamenti, diretto l'orchestra e preparato gli allievi in collaborazione con i colleghi Vincenzo Cioffi (chitarra), Antonella Pietrangiolillo (flauto) e Rosaria Argenzano (pianoforte). “Siamo felici che questi giovanissimi musicisti abbiano saputo esprimere nelle loro esibizioni la fatica, il sacrificio e l'impegno di un intero anno di lavoro, svolto in maniera ottimale anche per effetto del sostegno della dirigente scolastica Rita De Matteo”, ha concluso il professore caiatino.

Pietro Rossi

Caserta - raccolta fondi per il canile.

Caserta - L'associazione Culturale Rossella Caruso, in collaborazione con giovani emergenti e con il patrocino del Comune di Caserta, la Camera di Commercio, Inapa e Confartigianato ha organizzato una raccolta di fondi per il cuccioli del nostro canile: Amici a 4 zampe. Due giornate sono state dedicate ai nostri cani, attraverso attività che coinvolgeranno bambini e i cuccioli. I fondi donati dai cittadini coinvolti saranno impiegati a favore del canile. L'associazione e i volontari si incontreranno sabato 2 e domenica 3 giugno prossimi  alle ore17.00 presso piazza Cattaneo. Questi sono un gruppo che operano un servizio volontario a favore dei bisogni, in questo caso, di animali. Per ulteriori informazioni si può contattare Miselli Anna Luisa, presidente dell'Associazione Culturale Rossella Caruso,  al seguente recapito telefonico: 3295382450. L’associazione e  i volontariati  dichiarano al riguardo: “I fondi raccolti nel corso delle attività e del progetto, sono destinati a soddisfare le crescenti esigenze dei cuccioli bisognosi nel nostro canile. Siamo davvero orgogliosi e l'associazione desidera ringraziare tutti coloro che parteciperanno per rendere possibili questi servizi. Grazie al loro contributo, essi ci aiutano nel fare la differenza nel nostro paese”.

Salvatore Candalino

Caos Pdl, l’on. Vincenzo D’Anna: “Nitto Palma e Alfano procedano alla nomina di un commissario straordinario per la gestione collegiale del partito in provincia di Caserta”.


On. Vincenzo D’Anna
CASERTA. “Svanita la possibilità per i pidiellini casertani di poter celebrare il congresso di partito ed eleggere la classe dirigente, così come avvenuto nelle altre provincie d’Italia, a causa dell’indeterminatezza che regna a livello nazionale, siamo costretti a registrare ulteriori elementi di confusione politica nonché l’assordante silenzio del coordinamento provinciale”. Così l’on. Vincenzo D’Anna, membro della consulta Sanità del Pdl campano e componente della commissione Affari Generali della Camera dei Deputati, che poi prosegue: “Gli strumentali attacchi al manager dell’Asl di Caserta Menduni, aventi finalità che nulla hanno a che vedere con l’organizzazione del servizio sanitario, dimostrano quanto sia necessario ristabilire un clima di coerenza, chiarezza e di iniziativa politica in Terra di lavoro”. Per l’on. D’Anna: “che il presidente del Consiglio regionale, Paolo Romano, tenga una conferenza stampa bipartisan alla presenza del consigliere regionale Daniela Nugnes e dei consiglieri dell’opposizione (da sempre critici e contrari alle scelte del governo di centrodestra)”, rappresenta “il massimo della confusione politica e dell’incoerenza”. “Uno stato confusionale - aggiunge il parlamentare - che prende spunto dalla stagione dei tatticismi e dagli ammiccamenti con l’opposizione inaugurata dal governatore Stefano Caldoro”. “In questo quadro, confuso ed inquietante - prosegue il deputato - si rende necessario sollecitare il coordinatore ed il vice coordinatore provinciale ad indire una conferenza stampa nel corso della quale siano forniti i dovuti chiarimenti ad un’opinione pubblica disorientata dal caleidoscopio di posizioni e di iniziative in contrasto fra di loro”. “Nel contempo - conclude D’Anna - appare urgente ed indilazionabile ribadire la richiesta ad Angelino Alfano e a Nitto Palma di procedere alla nomina di un commissario straordinario in provincia di Caserta per la gestione collegiale del partito”.


L’ufficio stampa

Mercoledì 20 Giugno, Direzione provinciale del Partito Democratico

Dario Abbate
CASERTA- Il Presidente del PD Caserta, Arcangelo Correra ha convocato la Direzione Provinciale del partito per mercoledì 20 giugno prossimo (in prima convocazione alle 17.00, seconda alle 18.00).I lavori saranno introdotti dalla relazione del Segretario provinciale Dario Abbate.All’ordine del giorno, l’approvazione del bilancio consuntivo 2011, i risultati del tesseramento 2011 e l'avvio del tesseramento 2012. Ma ci sarà il tempo anche per il dibattito sul voto per le amministrative del 6 e 7 maggio scorso e l’anticipazione delle iniziative che il Pd vuole portare avanti nei prossimi mesi. “E’ un momento importante di rilancio per l’intero Partito di Terra di Lavoro che viene a meno di un anno di distanza dal congresso ed a poche settimane dalle amministrative”, spiega Correra. “Partiamo dalla premessa comune che occorre andare avanti con maggiore sinergia ed unità, cercando di trarre nuova forza dalle fisiologiche difformità di vedute. Auspico un dibattito aperto ma dialogante nonostante gli ovvi segnali critici per i risultati che tardano ad arrivare. La Segreteria Abbate ha lavorato bene ma sapevamo da prima che sarebbe stato difficile ricostruire tutto al meglio dopo anni di assenza del partito dai territori. I segnali positivi ci sono: l'aumento dei tesserati e l'apertura di molti Circoli è la base dalla quale bisogna partire per i prossimi mesi”   
Milena Taddia
Resp. Ufficio Stampa PD prov. CASERTA

Compensazione crediti PA, l’on. Vincenzo D’Anna (PT): “Escluse le imprese socio sanitarie”


on. Vincenzo D’Anna
“Triste sorte in Campania per gli imprenditori e i dipendenti delle migliaia di strutture socio-sanitarie ancora una volta discriminati nell’emendamento che il Governo intende adottare ai fini della compensazione dei crediti pregressi”. Lo dice l’on. Vincenzo D’Anna (Popolo e Territorio), membro della commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati e componente della consulta Sanità del Pdl campano, che poi così aggiunge: “In una regione dove il blocco delle procedure ingiuntive, da due anni a questa parte, ha impedito il recupero del credito pregresso, dove l’insipienza e l’incapacità decisionale del commissario alla Sanità, Stefano Caldoro, impedisce di definire accordi transattivi, mancava solo l’ennesimo divieto governativo”. “Tutto il mondo della sanità privata - continua D’Anna - non può che prendere atto del fallimento della politica sanitaria regionale e dell’assoluta inadeguatezza della gestione commissariale che continua a produrre qualche centinaio di milioni di euro di debiti fuori bilancio, cui va a sommarsi il danno erariale di oltre 150 milioni di euro per gli interessi che maturano sui fondi pignorati”. “Sul danno erariale - conclude il parlamentare - intervenga la procura generale della Corte dei Conti”.
L’ufficio stampa

IL 2 GIUGNO è TUTTO CIVILE E NIENTE MILITARE

Il problema della parata militare del 2 giugno non è solo il lutto per il terremoto: il fatto è che questa festa è tutta e solo civile, è festa del voto popolare, della Costituzione, del lavoro, perciò della democrazia. Col 2 giugno 1946 i militari c'entrano come i cavoli a merenda. Se c'è una ricorrenza nazionale pura dalle armi è questa. Festeggiare la Repubblica co l'esibizione delle armi è una stortura mentale, perché identifica la comunità civile con la guerra invece che con la regola di pace e di giustizia. Anche la guerra di difesa, se davvero tale e davvero necessaria, è tristezza e non è mai festa (vedi Kant contro il Te Deum per la vittoria). L'arma è soltanto lugubre. Così questo 2 giugno è doppiamente luttuoso, ahinoi!
Ci ripensi, Presidente Napolitano!

prof. Enrico Peyretti, Torino

Movimento per la pace e la nonviolenza

INCONTRO DI “LETTERATITUDINI” DEL 29 MAGGIO 2012


CANCELLO ED ARNONE - L’incontro mensile dei componenti del gruppo di lettura locale, meglio conosciuto con il nome di “Letteratitudini”, si è ritrovato mercoledì 29 Maggio, presso il “salotto letterario” di Matilde Maisto per parlare del grande Giovanni Boccaccio e del suo “Decameron”. Gli amici storici: Capozzi Giannetta, Arkin Jafuri, Maisto Matilde, Manzo Pina, Montella Felicetta, Pennella Concetta, Petteruti Olga, Raimondo Raffaele, Sciorio Laura e Viola Marinella, sempre in un clima di grande convivialità ed amicizia si sono ben amalgamati con alcuni partecipanti dell’ultima ora, che si sono uniti al gruppo. La relatrice di turno Pennella Concetta, con grande rispetto ed in punta di piedi ha iniziato ad illustrarci la vita  e le opere del poeta, proiettandomi, come per incanto, sui banchi di scuola della terza B; infatti, mentre lei parlava, sono stata invasa da un turbinio di ricordi, che mi ha travolto e resa molto felice.  La signora Pennella diceva: Giovanni Boccaccio,  narratore e poeta italiano, uno dei massimi letterati di tutti i tempi, anticipatore delle tendenze umanistiche del Quattrocento. Figlio illegittimo di un mercante fiorentino, Boccaccio fu allevato a Firenze. Nel 1327 si recò a Napoli con il padre, socio della compagnia dei Bardi, per compiervi gli studi mercantili e fare pratica bancaria. Qui frequentò gli ambienti mondani, partecipando alla vita culturale della città, e ben presto abbandonò la mercatura per dedicarsi alla letteratura. Nel 1334 compose la Caccia di Diana (secondo il modulo allora in voga della rassegna di gentildonne), e intanto intensificò il lavoro di scrittore. Prese parte attiva alla stimolante vita della corte angioina di Napoli e pare abbia avuto una relazione con una figlia illegittima del re, che si cela forse dietro la Fiammetta immortalata in diverse sue opere. A Napoli subì il fascino della letteratura cortese e cavalleresca francese, ma si dedicò anche alla cultura latina e all'erudizione storica, mitologica e letteraria. Richiamato dal padre a Firenze intorno al 1340, scampò alla terribile peste cominciata nella primavera del 1348, ebbe vari incarichi diplomatici dal governo della città e nel 1350 conobbe Francesco Petrarca, da lui ammirato e ritenuto un vero e proprio maestro. I due scrittori rimasero amici fino alla morte: Boccaccio incontrò nuovamente Petrarca a Padova nel 1351, a Milano nel 1359 e si recò a Venezia appositamente per fargli visita nel 1363. Per il Comune della sua città fu ambasciatore presso Ludovico di Baviera nel 1351. Nel 1360 ospitò a Firenze l'amico Leonzio Pilato, insegnante di greco antico, una lingua allora pochissimo conosciuta in Italia. Grazie a lui poté leggere l'iliade (vedi Omero) tradotta in latino. Nello stesso anno Innocenzo VI lo autorizzò al sacerdozio. Nel 1362 tornò a Napoli su invito di un amico ma, deluso dall'accoglienza ricevuta, si recò subito a Firenze e, per incarico della città, partì per Avignone come ambasciatore presso papa Urbano V. All'inizio degli anni Settanta si ritirò nella sua casa di Certaldo, vicino a Firenze, dove visse appartato, dedicandosi quasi esclusivamente allo studio, interrotto da qualche breve viaggio (tra il 1370 e il 1371 fu a Napoli). Negli ultimi anni della sua vita, Boccaccio si dedicò alla meditazione religiosa. Un incarico per lui molto importante fu quello conferitogli nel 1373 dal comune di Firenze: si trattava di leggere la Divina Commedia di Dante alla cittadinanza, incarico che dovette abbandonare nel 374 per il sopraggiungere della malattia che lo avrebbe portato alla morte l'anno seguente.

Il Decameron
L'opera maggiore di Boccaccio è il Decameron (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351), raccolta di cento novelle inserite in una cornice narrativa comune che prende le mosse da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici si rifugia in una villa fuori Firenze. Sette donne e tre uomini trascorrono dieci giornate (da cui il titolo dell'opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno. Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l'argomento delle novelle è libero. I personaggi hanno nomi allusivi: Panfilo è l'amante fortunato, Lauretta è la gelosa, Filostrato èl'uomo che soffre pene d'amore, e così via. Gli argomenti sono di carattere diverso: ad esempio, nella seconda giornata si raccontano avventure a lieto fine, nella quarta si tratta degli amori infelici, mentre la quinta è dedicata alla felicità che premia gli amanti dopo che hanno superato particolari difficoltà. Ma i temi non sono solo sentimentali: nella sesta giornata si ragiona di motti spiritosi, nell'ottava di scherzi e beffe. In questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale (nobili, "borghesi", popolani), laici e religiosi, figure di tutte le età. È un vero e proprio universo ispirato alla realtà soprattutto toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d'Italia - a Napoli soprattutto - e in paesi lontani), senza limitazioni nè di carattere morale, nè culturale. Vi sono infatti nobili e mascalzoni, amanti ingegnosi e uomini poveri di spirito, donne fedeli beffate e spregiudicate figure femminili, personaggi storici e di invenzione. Così, le condotte degli eroi sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale. Alcuni protagonisti, con le loro storie, sono diventati celebri: basti pensare all'incallito peccatore ser Ciappelletto e alla sua falsa confessione in punto di morte che lo farà considerare santo presso i posteri, oppure alle numerose beffe di cui è vittima Calandrino, agli sproloqui di frate Cipolla che sostituisce alla realtà il suo mondo cialtronesco, oppure alla nobiltà d'animo di Federigo degli Alberighi. Questa straordinaria varietà di ambienti, temi e personaggi non implica, tuttavia, la mancanza di una struttura coerente. Infatti, oltre allo schema della cornice e a quello che regola l'alternarsi delle voci narranti, le corrispondenze sono sia disseminate all'interno dell'opera sia organizzate in una progressione di tipo etico. Dalla prima alla decima giornata si passa cioè dal dominio del vizio al trionfo della virtù, naturalmente in modo non meccanico, e con eccezioni che hanno il compito di variare questa successione di stampo morale. Alla base dell'inventiva di Boccaccio ci sono il gusto per il romanzesco (ma qui, a differenza di altre sue opere, si tratta di un romanzesco impregnato di realismo), l'attrazione verso la vitalità della giovinezza, l'attenzione critica che porta a superare le apparenze, una visione disincantata della vita. Ogni giornata si conclude con una canzone, squisito esempio della lirica boccaccesca, intonata dai personaggi che ballano. Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell'animo umano. Sul piano stilistico si tratta di una prosa decisamente elaborata, tanto che il modo di dire, affermatosi in seguito, "periodare alla certaldese" allude proprio alla struttura spesso molto articolata della frase, modellata sulla sintassi latina. Una prosa che però si dimostra particolarmente duttile, visto che riesce con grande efficacia a rappresentare scene tragiche ed episodi comici, eventi nobili e beffe plebee. Per questa sua opera Boccaccio attinse a molteplici fonti: i classici greci e latini, il fabliau francese, la letteratura popolare compreso il patrimonio delle fiabe tradizionali, le raccolte di novelle italiane precedenti come il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una noffe. Alla base, però, c'è anzitutto l'acuta osservazione della realtà contemporanea. lì Decameron presenta una nuova idea dell'uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un'idea che anticipa la concezione antropocentrica (l'uomo considerato al centro dell'universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento. Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.  L'opera, che ha il sottotitolo alighieriano di "principe Galeotto", fu scritta nel 1349-1353, all'indomani cioè della peste del 1348: l'evento luttuoso dà "orrido cominciamento" all'opera. Il testo fu poi revisionato e ritrascritto. Il titolo è grecizzante, forgiato probabilmente sul titolo dell'"Hexameron" di Ambrogius. Le digressioni sulle attività idilliche e beate della brigata, i commenti vari degli ascoltatori, le intrusioni e le conclusioni dell'autore, animano e variano lo schema della cornice. La cornice non ha funzioni solo ornamentali, ma serve a chiudere in un affresco caratterizzato un ideale di vita e di realtà che i racconti presentano e rifrangono nei più vari e multiformi aspetti. All'interno delle singole novelle si riproduce in poliedriche sfaccettature una viva unità, quella della complessa vita umana la cui salvezza tutta laica è additata da Boccaccio nella forza della passione e dell'intelligenza. Nei racconti di Boccaccio sfilano una galleria vasta e multicolore di vicende e figure, emblemi e simboli di virtù e di vizi. Lo sguardo dello scrittore è ora distaccato ora ironico, ora appassionato e partecipe, ma sempre senza compiacimenti. Così gli eventi valorosi di Tito e Gisippo, le passioni erotiche e travolgenti della moglie di Guglielmo Rossiglione, di Ghismonda di Salerno, di Lisabetta da Messina; le traversie degli sciocchi come Andreuccio da Perugia, Calandrino, Ferondo; le trovate argute degli ipocriti e imbroglioni come frate Cipolla, ser Ciappelletto, Martellino; gli affreschi maliziosi e ridanciani come il racconto delle monache e della badessa, o la novella di Masetto da Lamporecchio; le più raffinate qualità dell'arguzia gentile di Cisti fornaio, l'intelligenza di Melchisedech, l'ingegno e la modestia di Giotto, l'aristocrazia di Guido Cavalcanti. In questo quadro rientra anche l'osceno e il licenzioso.  Dell'erotismo Boccaccio rivendica i diritti anche per l'arte argomentando i temi di una consapevole poetica della natura e del comico nella introduzione alla Quarta Giornata, ricca di spunti polemici e innovatori. Nella sua opera la realtà prende il posto del mito e dell'allegoria, mentre il genere novellistico degli ameni fabliaux e dei devozionali exempla è ribaltato in una fitta e cangiante trama di realismo comico e tragico, in cui predominano amore, avventura, intrigo, beffa, odio, riflessione morale. Così ad esempio la novella di Lisetta (IV giornata), ambientata nella Venezia dei primi del XIV secolo. La storia è quella di Alberto da Imola che per fottere con una ragazza le fa credere di essere l'arcangelo Gabriele. Lisetta, "baderla e zuccalvento", si vanta della faccenda con alcune sue amiche, suscitando ovviamente risa e sberleffi. Quando i parenti di Lisetta cercano di sorprendere Alberto, questo si salva buttandosi da una finestra nel Canal Grande e rifugiandosi a casa di un pover'uomo che però lo fa travestire da "uom selvatico" e lo espone poi in piazza ai lazzi della gente. I frati giustizieri poi lo portano via e lo condannano al carcere perpetuo. Quel che importa non è la conclusione, il ritorno all'ordine, quanto il gusto stesso della narrazione, tra malizia e dissacrazione. Il racconto è tipicamente una parodia: parodia degli exempla devozionali e dei racconti religiosi sull'apparizione angelica presso beate e vergini, parodia dei modi dello stilnovo e degli amori cortesi (Lisetta è "dolce" sì , ma "dolce di sale" cioè stupida: ma è solo una tra le tante parodizzazioni e distorcimenti proposti), e dissacrazione anti- veneziana della più famosa e fastosa sacra rappresentazione che si celebrava al tempo proprio a Venezia (allora nemica e concorrente di Firenze), la festa dell'annunciazione detta "delle Marie".  Un favolismo in cui vi è posto anche per sprazzi di horror. Così nel racconto ravennate di Nastagio degli Onesti (V, 8): "Nastagio degli Onesti, amando una de' Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato; vassene pregato da' suoi a Chiassi; quivi vede cacciare a un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani; invita i parenti suoi e quella donna amata da lui a un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranere: e temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio", secondo il sommario di Boccaccio. Leggende di cacce infernali tra selve spettarli o avelli infuocati correvano da secoli l'europa, anche su suggestioni orientali e di mitologie nordiche. Erano attribuite a Odino, a Artù , oppure - in Italia - a Teodorico di Ravenna. Queste fantasie d'oltretomba assunsero l'aspetto di particolari forme di punizione per peccati e delitti soprattutto d'amore. Elinando e forse anche Passavanti furono autori di narrazioni di questo genere. Ma Boccaccio colorò l'allucinante scena della caccia infernale di elementi sognatamente orrorosi, su suggestioni e allusioni che oggi etichettiamo come aligheriane (si pensi a "la divina foresta spessa e viva [...] | tal qual di ramo in ramo si raccoglie | per la pineta in sul lito di Chiassi" di Alighieri, in: Purgatorio, XXVIII, 2 e versi successivi. Ma anche ai vari cani famelici presenti in Inferno XIII, 111; e Inferno XXXIII, 31). Boccaccio, rispetto a Elinando e a Passavanti, inserisce i cani, che movimentano in maniera selvaggia tutta la scena. Indirettamente tutta la scena rievoca il mito classico di Atteon sbranato dai cani per volere di Diana, solo che qui non è più la vendetta di una donna sull'uomo colpevole di irriverenza amorosa, ma dell'uomo offeso su una donna spregiatrice d'amore (com'è anche nella novella dello scolaro, in VIII, 7; come sarà poi nel "Corbaccio"). La caccia infernale non ha senso esclusivo tutto punitivo, come nella mitologia antica e nella tradizione romanza; né ha valore di minaccia di fuochi demoniaci come nella letteratura ascetica e degli exempla fino a Passavanti. In Boccaccio diventa un episodio, in un largo e luminoso affresco patinato d'oro antico, della società signorile ravennate, evocata con il linguaggio di amori appassionati e di generose cortesie. L'immagine tremenda della caccia nella foresta di Chiassi assume una funzione redentrice: permette alla Traversari di redimersi, diventare da nemica ancella d'amore. E così giungere alla conclusione 'naturale' del matrimonio, come sempre avviene in Boccaccio. In questa novella, con un chè di solenne e festoso, grazie all'uso dei ritmi musicali del settenario e dell'endecasillabo ("e fatte le sue nozze, con lei più tempo lietamente visse").
Il "Decameron" è specchio fedele e arguto della civiltà mercantile borghese, della società comunale italica nel suo pieno sviluppo, ma in cui si avvertono sintomi di crisi. Una realtà di traffici, di lotta per sopravvivere, di conquista e violenza, di ingegno industrioso e abile. Boccaccio coglie ombre e luci di un passato ancora vivo, di un futuro problematico ma anche fiduciosamente atteso. La struttura del "Decameron" si attua anche grazie a una prosa policorde e variabile, lavorata a più livelli. Solenne e distesa in periodi ipotattici. Scattante, secca, dinamica. In altri punti estrosa e sempre duttilissima nel mimare dialoghi mordenti e vivacissimi.  Il "Decameron" ebbe una immediata diffusione, sia in Italia che in europa. Numerose furono subito le traduzioni e imitazioni. Un influsso che si ebbe sui novellieri posteriori come Sacchetti, Masuccio da Salerno, Giraldi Cinzio ecc. Ma anche sui trattatisti come Bembo, Della Casa, Castiglione, che inserirono i loro dialoghi in una cornice mutuata dal "Decameron"; e soprattutto sul teatro del XVI secolo, che derivò trame comiche e romanzesche, e procedimenti retorici. Retori e grammatici del XVI secolo lodarono l'opera come modello di stile; sospetto e censura vennero dagli ambienti cattolici e sessuofobi. La critica romanticistica, nel XIX secolo procedette a rivendicarne il valore umano e la varietà di motivi; in particolare si ricordi la lettura di *De Sanctis che paragonò la "commedia umana" di Boccaccio alla "commedia divina" di Alighieri.