17 marzo 2010

Lettera di Mons. Nogaro ai genitori di don Peppino Diana nel 16° anniversario della sua uccisione .


Ci sono i martiri del nazismo. Ci sono i martiri del comunismo. Ci sono stati i martiri dell’impero romano. Grandi, perché hanno saputo resistere al male, fino a sopprimerlo con il sacrificio della loro vita. Il Cristo crocifisso rivive e si rinnova in loro con tutta la potenza della sua redenzione.
La chiesa si sente graziata da una testimonianza piena di parresia e li proclama , con fierezza, “makarioi, benedetti e beati, persone valorose, felici, esemplari” Il nazismo ha assunto il volto satanico del male, rifiutando l’uomo, per accogliere solo colui che poteva essere di razza pura. Il comunismo, di sapore evangelico, si è tradotto, nella sua concretizzazione storica, in tanti disastri.
La Chiesa, riconoscendo l’esemplarità di vita delle vittime di questi movimenti, dichiara anche la propria innocenza verso le loro ideologie di morte. C’è pero’, un male originario, quello di Caino. Caino vuole tutto per sé, anche i beni del fratello Abele. Per averli, lo uccide. E’ il male della camorra. E’ il male della natura umana, l’egoismo, che nella camorra viene esasperato all’estremo. Le chiese del Sud non hanno voluto combattere questo male. Si sono rassegnate a forme di convivenza e di opportunismo. In verità, “il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Esso esercita segretamente, ma con intensità, il suo potere. E anche nel mondo della camorra, fioriscono i martiri, i testimoni della giustizia del regno di Dio: ecco Giuseppe Diana, a fianco di Giuseppe Puglisi. Giuseppe Diana è il riscatto delle nostre terre sempre oppresse, è l’anima pulita della nostra chiesa meridionale. E’ giunto il momento di proclamarlo “beato-makarios, il valoroso, il giusto”. Ha pagato di persona , come Gesù, fino a donare la vita per i fratelli. La chiesa, inoltre, non potrà mai assumere il volto della purezza evangelica, se non presenta i suoi “martiri della libertà”, contro le presenze massacranti della camorra. Recentemente ha pubblicato un documento di grande responsabilità, sul fenomeno malavitoso, suggerendo cosi’ possibili catechismi della legalità. E’ un atto di coscienza che le fa onore. Tuttavia minaccia di lanciare la scomunica ai camorristi. Spero non lo faccia mai, perché la chiesa ha ricevuto la consegna di Gesu’ di “non condannare”. La scomunica definisce la distruzione della persona, il fallimento totale della speranza. E la chiesa delude profondamente quando scomunica. La sua missione è quella di offrire agli uomini, “senza preferenza di persone” (At. 10,34), a tutti quindi, la compassione, la comprensione, la misericordia, il perdono di Cristo. Giuseppe Diana, quale sacerdote della Chiesa, ha esaltato la sua responsabilità cristiana del servizio al prossimo fino al martirio. Era il prete che viveva il “ sacramento della vocazione”. Il Padre lo voleva per sé: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi mando” (Gv. 15,16). Rifletteva appassionatamente su questa compiacenza di Dio, che gli affidava una missione specifica. Ed era convinto che ogni suo gesto aveva l’autorizzazione del Padre. Era un prete che viveva il “sacramento dell’incontro”.
Compito del discepolo di Cristo è “amare il prossimo”. “Prossimo”, superlativo di “prope”, significa “vicinissimo” inscindibile da me. Per amare la persona bisogna “incontrarla”, avvicinarla, farla “prossimo” e soccorrerla al bisogno. E’ necessario compiere per ogni “prossimo”, ogni donna e ogni uomo, tutte le possibili opere di misericordia. Era un prete che viveva il “sacramento della Parola-Carne”. Gesu’ il “Verbum Dei” si fa “carne” d’uomo-si fa coscienza d’uomo. Il destino, cioè la consegna di vita, di Giuseppe Diana, era evidenziato dalla incarnazione di quel Dio che si fa carne in lui. Il suo destino è uno solo, strutturale, non rinunciabile, non modificabile, che non puo’ essere tradito: essere testimone di Cristo. In qualità di testimone del Signore, egli riscrisse parte del Vangelo, in quel testo sapienziale ” Per amore del mio popolo”
Soprattutto, quale testimone genuino di Cristo, è salito lungo tutto il suo Calvario, per mettersi in Croce con Lui. Giuseppe Diana esaudisce quei criteri di santità, che gli concedono di essere “makarios-beato”. E’ necessario che la nostra chiesa ne prenda atto. Solo se la chiesa lo proclama “beato-benedetto e bravo”, attribuisce a se stessa la dignità della lotta fino all’ultimo sangue, contro la camorra. Altri tentativi di riscatto possono riuscire ormai non credibili e forse non affidabili. La Chiesa, che celebra i suoi “martiri della giustizia”, diventa la garanzia della vittoria sulla la camorra.


+Raffaele Nogaro
Vescovo Emerito di Caserta